Persone

I ragazzi di Casal del Marmo

Con il COVID19 la vita in carcere è stata interrotta. Sospesi gli incontri con i parenti, le attività formative come anche quelle lavorative: per questo nasce il progetto Timettoincontatto

Chi in questi giorni non si sente un po’ recluso? Certo, possiamo uscire a fare la spesa e fare il giro del palazzo, eppure il senso di oppressione, a un mese di distanza, è diffusamente percepito come gravoso. E chi ha un figlio chiuso in casa? Adolescente, magari. L’avete osservata bene, quella sofferenza che si porta dentro nel trascinarsi dalla camera da letto alla cucina, dal bagno al salotto, lontano dagli amici, dall’amore, dall’aria aperta, dallo sport.

 

Lucia Chiappinelli è dirigente psicologa presso la ASL di Roma1 e da anni lavora con i detenuti dell’Istituto Penale Minorile "Casal del Marmo". “La vita in carcere con il COVID19 è stata interrotta. Niente permessi premio, sospesi gli incontri con i parenti, le attività formative come anche quelle lavorative.” È un quadro, quello che dipinge la Dott.ssa Chiappinelli, desolante se paragonato al senso di frustrazione che prova il comune cittadino durante i giorni di isolamento. “Il carcere sta diventando un luogo asfittico, in cui la tensione ribolle di giorno in giorno,” ci racconta, sottolineando aspetti poco immediati per un uditore non uso al suo ambiente di lavoro. Ad esempio, è necessario considerare che le ragazze e i ragazzi di Casal del Marmo rientrano in una fascia d’età (14-25) già di per sé sensibile alle restrizioni, nondimeno molti di loro hanno vissuto una vita scevra di controllo e di autorità, motivo per il quale la detenzione anche in condizioni non emergenziali viene percepita come un torto emotivo insopportabile.

 

Dal subentro delle regolamentazioni imposte dal decreto ministeriale, poi, è facile immaginare come la situazione per le ragazze e i ragazzi abbia subito un’escalation senza pari.

 

Parla di “ponte levatoio”, Lucia Chiappinelli, quando si riferisce alla comunicazione in carcere: una comunicazione verso l’esterno e verso l’interno che viene gestita arbitrariamente da terzi e che può venire sospesa, come abbiamo visto, in qualsiasi momento. Ma non solo: “Noi cittadini ci stiamo appoggiando alla rete per connetterci tra noi e non rimanere schiacciati da un senso di impotenza. I ragazzi in carcere non hanno questa possibilità. Consideriamo che, a differenza di molti istituti per adulti, a Casal del Marmo i detenuti non hanno neanche libero accesso alle e-mail.” Trasaliamo. “Scrivono ancora – loro, nati in gran parte dopo il 2000 – le lettere, con tanto di francobollo. Un gesto che non appartiene alla loro generazione, che comporta tempistiche fuori dalla loro comprensione, una dinamica comunicativa che non possono concepire – che io stessa oggi faticherei a concepire, figuriamoci loro.”

 

Già da tempo la Dott.ssa Chiappinelli e il suo team avevano gettato le basi per un progetto che potesse portare il digitale all’interno dell’Istituto, ma l’occasione per rilanciarlo – quantomeno con la prospettiva di una rapida esecuzione – si è presentata proprio durante il tragico evolversi della pandemia, quando la Chiappinelli ha letto dell’iniziativa di TIM che il 21 marzo ha distribuito, in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria - Ministero di Grazia e Giustizia, 1.600 telefoni cellulari (e altrettante schede SIM) ai penitenziari italiani, per parlare ed effettuare videochiamate con i propri cari, che – appunto – non possono incontrare di persona per le restrizioni dettate dall’emergenza.

 

La Chiappinelli allora ha contattato TIM per proporre il suo progetto, TiMettoInContatto (“volutamente tutto attaccato, perché doveva trattarsi di un vero e proprio ponte levatoio sin dal nome”), che proprio a partire dall’iniziativa dei 1.600 telefoni hanno sviluppato congiuntamente in ottica di sostegno ai ragazzi di Casal del Marmo.

 

Ottenuti i dispositivi digitali, il progetto si propone di strutturare le comunicazioni tra i ragazzi e l’esterno in quattro punti principali:

  1. Le chiamate che i detenuti possono realizzare con i familiari in sostituzione degli incontri;
  2. Il mantenimento dei contatti con gli operatori dei servizi sociali sul territorio;
  3. Favorire la sperimentazione della video-equipe (rete operativa) con operatori che si occuperanno dei ragazzi una volta fuori dal carcere;
  4. Dare continuità ai contatti tra i ragazzi e le comunità terapeutiche fuori dal carcere.

 

Come si nota da questa breve lista d’intenti, la parola d’ordine per Lucia Chiappinelli è una: “Ai ragazzi vogliamo passare la sensazione di continuità, di trovarsi nel mezzo di un percorso. I giovani imparano dagli adulti, ci osservano in ogni momento, ma in particolar modo studiano con attenzione come ci comportiamo di fronte alle situazioni più complesse: è in momenti come questo che dobbiamo fornire e incarnare un modello virtuoso. Abbiamo scelto di agire come vorremmo che loro continuassero ad agire in futuro. Abbiamo fatto squadra, e questo è l’esempio migliore che possiamo dare loro. Perché se è vero che nessuno si salva da solo, allora questo vale ancora di più per queste ragazze e per questi ragazzi.”

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